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Istat: indice di fiducia in calo per famiglie e imprese. Confesercenti: “Il conflitto in Iran frena l’economia, scenario recessivo sempre più concreto. Il potere d’acquisto torna a rallentare, consumi a rischio”

29 Aprile 2026

I dati Istat diffusi oggi sulla fiducia di famiglie e imprese ad aprile confermano come il conflitto in Iran stia determinando un progressivo rallentamento del ciclo economico italiano. La mancata risoluzione delle ostilità e il protrarsi del blocco ai trasporti provenienti dal Golfo rendono sempre più concreto il rischio di uno scenario recessivo: i dati delle imprese segnalano che il tasso di crescita dell’economia italiana è sceso verso lo zero sul finire del primo trimestre e potrebbe essere scivolato in territorio negativo in apertura del secondo.

Così Confesercenti.

Sul fronte delle imprese, la contrazione è particolarmente consistente nei servizi di mercato, con l’indice che scende a 99,1 dal 102,6 di marzo, toccando il livello più basso da gennaio 2023. La riduzione è di 2,9 punti per trasporto e immagazzinaggio, colpiti dall’aumento del prezzo dei carburanti, ma raggiunge i 10,7 punti per i servizi turistici: un dato che evidenzia come le imprese stiano scontando il rischio di un’interruzione dei flussi turistici internazionali. Flessioni interessano anche manifattura e costruzioni. Resiste il commercio, con un lieve aumento da 100,5 a 100,8: un miglioramento riconducibile esclusivamente alla grande distribuzione, mentre la distribuzione tradizionale registra un calo di 1,9 punti (da 109 a 107,1), che approfondisce la caduta di marzo (-7,3%).

Per le famiglie, l’indicatore scende a 90,8, quasi due punti sotto marzo (92,6), che già aveva segnato -4,8 punti su febbraio. Pesa il peggioramento del clima economico, che perde oltre cinque punti (da 88,1 a 82,7). Il 69,4% dei rispondenti si attende un’accelerazione inflazionistica, contro il 58,1% di marzo e il 41,7% di febbraio. Le retribuzioni contrattuali del primo trimestre 2026 sono cresciute del 2,7%, in rallentamento rispetto al +3,1% del 2025, e in termini reali sono scese dall’1,8% di gennaio allo 0,8% di marzo. Con un’inflazione stimata dal DFP al 2,9%, l’anno rischia di chiudersi con una nuova flessione delle retribuzioni reali, mettendo a rischio la previsione di crescita dei consumi (+0,8%) su cui si fonda quella del PIL (+0,6%).

Serve una risposta immediata del Governo, con misure a sostegno del potere d’acquisto e degli operatori più esposti, a partire da turismo, trasporti e distribuzione tradizionale: è assolutamente necessario evitare che il rallentamento si trasformi in una recessione che colpirebbe in primo luogo famiglie e piccole e medie imprese del territorio.